San Giulio-Dedicazione Chiesa

Profilo storico-teologico di San Giulio e la Dedicazione della Chiesa

Profilo storico-teologico di San Giulio e la Dedicazione della Chiesa – Parrocchia San Giulio I Papa, 12 aprile 2021

 

A)    San Giulio

 

Cf. M. Simonetti, «Giulio I, santo», in Enciclopedia dei Papi, Roma 2000; B. Studer, «Giulio I papa», in Nuovo Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane, vol. 2, Genova-Milano 2007.

 

Il Liber pontificalis (un’antica raccolta ufficiale delle vite dei pontefici), al n° 36, lo dice romano di nascita, ex patre Rustico. Fu consacrato vescovo di Roma il 6 febbraio 337, nell’anno in cui venne a mancare Costantino. Giulio, quindi, visse all’epoca della crisi ariana, nel IV secolo, quando cioè si discuteva sulla creaturalità di Cristo (così voleva il presbitero di Alessandria d’Egitto Ario), finché non si giunse all’affermazione della piena divinità di Cristo e il suo essere realmente Figlio di Dio (concilio di Nicea, ecc.). Si ebbero in questo periodo molti esili di vescovi, di occidentali che andarono in oriente, ma anche di orientali che vennero in occidente. Giulio prese le difese soprattutto di Atanasio di Alessandria e di Marcello di Ancira, contro il partito degli orientali guidato dal vescovo Eusebio di Nicomedia. In occidente, infatti, si sosteneva tradizionalmente l’unità di Dio, molto più che in oriente, dove invece era messa molto in evidenza la piena personalità del Figlio accanto al Padre, con il rischio però di andare formalmente in contrasto con il dogma del monoteismo. Inoltre, a motivo della loro presenza a Roma nel 339 a causa di un esilio, Atanasio e Marcello, ottennero il favore e la protezione della Chiesa romana. Giulio agì così perché ormai il prestigio e l’autorità del vescovo di Roma erano in Occidente tali che, soprattutto in materia di dottrina, egli orientava l’atteggiamento dell’intero episcopato, anche se la loro impostazione teologico-dottrinale era un po’ arretrata rispetto a quella orientale, che all’epoca era senz’altro più sviluppata.

Va inoltre considerato che il vescovo di Roma tendeva a esaltare il primato d’onore, che tutta la cristianità tradizionalmente gli riconosceva, come vero e proprio primato di giurisdizione e, quindi, era portato ad attribuirsi il diritto di fungere quale tribunale d’appello riguardo a divergenze insorte tra i vescovi di altre parti del mondo cristiano, anche orientali. In questo senso le condanne di cui erano stati vittime Atanasio, Marcello e gli altri esuli dall’Oriente offrivano a Giulio una buona occasione per affermare quelli che egli riteneva i diritti della Sede romana.

A tal fine, egli promosse un concilio, che si tenne a Roma nella primavera del 341 con la partecipazione di una cinquantina di vescovi italiani. Si conoscono le decisioni del concilio, come anche i contatti e le discussioni che lo avevano preceduto, da una lettera, tramandata da Atanasio, che Giulio inviò a Eusebio e ad alcuni altri vescovi orientali nominativamente indicati. Nella lettera, il Papa cerca di riabilitare gli orientali esiliati Atanasio e Marcello. Inoltre, egli discute variamente anche l’opposizione di principio che gli Orientali avevano avanzato circa la pretesa della Sede romana di poter entrare in questioni che uscissero dai propri confini territoriali. In realtà, l’insistere di Giulio su questo argomento era controproducente, perché si configurava come indebita intrusione della Sede romana in questioni interne delle Chiese d’Oriente, gelose della loro autonomia. Questo concilio romano del 341 segnò un momento decisivo nel tormentato iter della controversia ariana, per cui Eusebio di Nicomedia reagì convocando un concilio, nello stesso anno 341, ad Antiochia, che produsse varie formule di fede, lontane dall’impostazione unitiva occidentale e che presentavano in modo dinamico il rapporto tra Padre e Figlio.

Per provare ad appianare il contrasto, gli imperatori convocarono un concilio «ecumenico» a Serdica (342/343). Questa assise, alla quale Giulio non partecipò direttamente, ma inviò alcuni suoi delegati, naufragò perché gli orientali non erano disposti ad accettare la reintegrazione dei vescovi precedentemente esiliati Atanasio e Marcello. Dopo che gli orientali lasciarono il concilio, gli occidentali produssero alcuni documenti in cui riaffermarono le loro posizioni dottrinali. Questi ultimi sancirono anche il diritto dei vescovi, condannati da qualche sinodo provinciale, di fare appello alla Sede romana. Benché le decisioni di Serdica non fossero state accettate dagli orientali, esse riflettono nondimeno la nuova ecclesiologia che si era sviluppata in quelle controversie molto complesse durante le quali Giulio ha anticipato la teoria papale, fondata sia sull’ autorità di Pietro.

Sul momento le svariate riabilitazioni deliberate dal concilio di Serdica soltanto rimasero lettera morta, ma gradatamente l’atmosfera si fece più respirabile e ci fu qualche tentativo d’intesa, con la possibilità che l’imperatore orientale Costanzo, ad esempio, accordò ad Atanasio di rientrare nella sua diocesi egiziana. Quando Atanasio rientrò in Alessandria il 21 ottobre del 346 recava con sé una lettera che, di passaggio per Roma, gli aveva affidato papa Giulio, indirizzata ai presbiteri, ai diaconi e a tutti i fedeli di Alessandria: il Papa si congratula con loro, oltre che con Atanasio, per il ritorno del loro presule, che tornava nella sua sede molto più illustre di quanto non fosse quando si era allontanato, ed esalta la loro fedeltà alla retta fede, per cui con animo invitto avevano sempre respinto le insidie degli ariani. Pochi anni dopo, tra alterne vicende, Giulio morì il 12 aprile (giorno in cui la liturgia romana ne celebra la memoria) del 352.

Il Catalogo Liberiano, nr. 36, con cui concorda il Liber pontificalis, nr. 36, riporta a Giulio la costruzione di cinque chiese: due urbane e tre suburbane. Gli edifici di culto urbani sono la basilica Iulia, presso il foro di Traiano, e una basilica a Trastevere detta iuxta Callistum. La localizzazione precisa del primo edificio è problematica poiché di esso non è rimasta alcuna traccia archeologica. La basilicam trans Tiberim iuxta Callistum è più facilmente identificabile con l’attuale S. Maria in Trastevere (gli scavi effettuati tra il 1865 e il 1869 hanno permesso di individuare alcune strutture precedenti la basilica del XII secolo). Per la fondazione di Giulio in Trastevere sembra si possa legittimamente ritenere che si trattasse di un titulus (parrocchia) come dimostra la firma di un presbitero tituli sancti Iulii et Callisti negli atti del sinodo romano del 595. Fuori le mura della città Giulio promosse la costruzione di tre basiliche: una anonima al III miglio della via Portuense, quella dedicata a s. Valentino al II miglio della via Flaminia, quella lungo la via Aurelia, al III miglio, presso la sepoltura di papa Callisto, nel cimitero di Calepodio, dove venne sepolto lo stesso Giulio. Le reliquie di Giulio vennero traslate da Pasquale I, insieme a quelle di numerosi santi, nella basilica di S. Prassede, come testimonia l’epigrafe fatta porre nella prima metà del XIII secolo all’interno della chiesa.

 

 

B) Dedicazione della Chiesa

Prendiamo in considerazione alcuni stralci di discorsi di Sant’Agostino, tenuti per la dedicazione di alcune chiese:

 

1)      Discorso 336, 1

«La dedicazione della casa della preghiera è la celebrazione che raccoglie questa assemblea. Dunque, questa è la casa dove eleviamo le nostre preghiere: casa di Dio siamo noi stessi. Se casa di Dio siamo noi stessi, veniamo edificati in questa vita per essere poi dedicati alla fine del tempo. L’edificio, o meglio, la costruzione, comporta fatica, la dedicazione è motivo di esultanza. Quel che si verificava qui, mentre la costruzione veniva elevata, questo avviene ora che sono radunati insieme i credenti in Cristo. Mediante la fede, infatti, equivale in qualche modo al ricavarsi dei legni dai boschi e delle pietre dai monti: allora che sono catechizzati, battezzati, istruiti, quasi trovandosi nelle mani di operai e di artigiani, sono sgrossati, squadrati, levigati. Nondimeno, risultano casa del Signore solo quando sono compaginati dalla carità. Se questi legni e queste pietre mancassero di reciproca connessione secondo un determinato ordine, se non si prestassero ad un mutuo giustapporsi strettamente, se mancasse la disponibilità ad una reciproca coesione, se in un certo modo non si amassero, nessuno vorrebbe trovarsi qui dentro. Infine, quando ti rendi conto che in una costruzione pietre e legni sono solidamente e ordinatamente combinati insieme, entri sicuro, non temi un crollo. Così volendo Cristo Signore entrare ed abitare in noi, quasi a costruire, diceva: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri (Gv 13,34). Vi do un comandamento, dice. Eravate invecchiati infatti, per me non costituivate ancora una casa, eravate giacenti sotto le vostre macerie. Perciò, per essere tratti fuori dal cumulo annoso della vostra rovina, amatevi gli uni gli altri».

 

2)      Discorso 337,5

Come i nostri stessi corpi, che non sono certamente eterni, ma di durata temporanea e mortali, così pure quest’edificio è stato costruito per un certo tempo, né durerà in eterno, ed è stato costruito per i corpi, perché ne hanno avuto bisogno, mediante opere di misericordia. Riceviamo invece un’abitazione da Dio, non costruita da mani di uomo, eterna, nei cieli (2Cor 5,1), là saranno celesti ed immortali anche gli stessi nostri corpi per la trasformazione della risurrezione. Ed ora, per quanto non ancora per visione, come sarà il vedere a faccia a faccia. Dio abita tuttavia in noi per la fede: e, per lui che così ci inabita, noi veniamo a costituire una dimora mediante opere buone; tali opere non sono eterne, ma conducono alla vita eterna. Una di esse è pure questo lavoro, per il quale è stata eretta questa basilica: nell’altra vita non saremo certo impegnati in costruzioni del genere. Nessun edificio fatiscente sarà costruito là dove ad abitarlo non entrerà alcuno soggetto alla morte. Attualmente il vostro lavoro realizzi un bene temporale, così che la vostra ricompensa sia eterna. Attualmente, ripeto, costruite con diletto spirituale la dimora della fede e della speranza mediante ogni specie di opere di misericordia, che allora non si attueranno, in quanto non vi sarà nessuna miseria. Pertanto, gettate a fondamenta le esortazioni degli Apostoli e dei Profeti, stendetevi sopra la vostra umiltà quasi pavimento che non presenti ineguaglianze; nel vostro cuore difendete la dottrina di salvezza con le preghiere e le parole da paragonarsi a solide pareti, date ad esse chiarezza con le divine testimonianze, quasi sorgenti di luce; per i deboli rendetevi quasi sostegno di colonne, per i poveri fatevi tetto che protegge: al fine di ottenere che il Signore nostro Dio renda beni eterni per i beni temporali, e vi possieda per l’eternità perfetti e dedicati».

 

3)      Discorso 338,2. 4.

«Né accendono una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa (Mt 5,15)Tale lettura capita opportunamente quando si consacrano i candelabri, dato che chi opera dev’essere una lucerna posta sul candelabro. L’uomo che opera rettamente è infatti una lucerna. Ma il candelabro cos’è? Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal 6,14). Ne segue che chi opera secondo Cristo, ed opera per Cristo, in modo da non avere altro vanto che Cristo, è candelabro. Faccia luce a tutti: che vedano ciò che devono imitare; non siano pigri, senza entusiasmo: ciò che vedono, sia loro di giovamento; non succeda che abbiano la luce degli occhi e, interiormente, siano ciechi. […]

Vuole invece che si vedano le nostre opere, per cui dice: Nessuno accende una lucerna e la mette sotto il moggio, ma sul candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa (Mt 5,15). E ancora: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano - dice - le vostre opere buone. E non concluse qui il suo dire, ma aggiunse: Perché rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (Mt 5,16). Una cosa è ricercare la lode tua nell’opera buona, altra è ricercare la gloria di Dio nell’opera buona. Quando desideri la tua lode, vuol dire che ti sei posto sotto lo sguardo degli uomini, quando desideri la lode di Dio, hai meritato la gloria eterna. Di conseguenza, operiamo in modo da non esser visti dagli uomini, il che vuol dire: operiamo badando a non ricercare, a ricompensa, lo sguardo degli uomini; facciamo però in questo modo: desideriamo la gloria di Dio da parte di coloro che ci vedono e ci imitano, e rendiamoci conto che, se a tanto non ci attenessimo, saremmo una nullità».

 

A. Segneri, cric